🇺🇸 LA FED DAVANTI AL “REPORT PERFETTO” NEL MOMENTO PEGGIORE 🇺🇸

L’ultimo dato sull’inflazione statunitense ha presentato esattamente ciò che la Federal Reserve sperava di vedere, ma è arrivato nel momento meno opportuno.

L’indice dei prezzi al consumo (CPI) di febbraio si è attestato al 2,4% su base annua, perfettamente in linea con le aspettative del mercato.

Ancora più significativo è stato il dato sul Core CPI, che esclude energia e alimentari: l’aumento mensile è rallentato allo 0,2%, in calo rispetto allo 0,3% registrato a gennaio.

Sulla carta, questo rapporto segnala un raffreddamento delle pressioni inflazionistiche e potrebbe offrire alla Fed lo spazio necessario per iniziare a ridurre i tassi di interesse.

Il problema è che questi numeri riflettono una realtà economica che potrebbe già essere superata dagli eventi.

I dati di febbraio sono stati raccolti prima di importanti sviluppi geopolitici: il recente attacco statunitense contro l’Iran, il conseguente aumento del prezzo del petrolio oltre i 100 dollari e l’inizio di uno shock energetico che sta iniziando a propagarsi lungo le catene di approvvigionamento globali.

La riunione della Federal Reserve è prevista per il 18 marzo, tra appena una settimana, e i policymaker si trovano davanti a segnali contrastanti.

Da un lato, l’inflazione sembra finalmente rallentare, elemento che potrebbe giustificare un taglio dei tassi.

Dall’altro lato, il mercato del lavoro mostra segni di indebolimento: i nuovi posti di lavoro creati sono stati solo 58.000 contro i 126.000 previsti, mentre il tasso di disoccupazione è salito al 4,4%.

Jerome Powell si trova quindi davanti a una scelta estremamente complessa: tagliare i tassi basandosi su dati ormai datati, mantenerli rischiando di frenare ulteriormente l’economia, oppure segnalare futuri tagli sperando che i mercati rimangano stabili.

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