Il petrolio non è semplicemente petrolio: ecco perché il mondo è così interessato al greggio dell'Iran.
Molte persone credono che tutto il petrolio sia uguale, ma in realtà non lo è. La qualità del greggio influisce in modo silenzioso ma decisivo sulla politica energetica globale.
Nell'industria petrolifera, il greggio viene valutato attraverso la gravità API, una misura che indica quanto sia leggero o pesante il petrolio rispetto all'acqua. Maggiore è il numero di API, più leggero è il greggio. E quanto più leggero è, tanto più facile ed economico risulta raffinarlo per ottenere combustibili di alto valore come benzina, gasolio e carburante per aerei.
Ad esempio, il West Texas Intermediate (WTI) degli Stati Uniti ha una gravità di circa 39–40° API, il che lo rende un greggio abbastanza leggero. Questo facilita il suo trasporto attraverso oleodotti e consente di ottenere un alto rendimento di prodotti raffinati, motivo per cui viene anche utilizzato come riferimento nei mercati internazionali.
Al contrario, il greggio Urals della Russia è più pesante, con circa 31° API e un maggior contenuto di zolfo. Anche se può essere raffinato, richiede più trattamenti e processi aggiuntivi, il che aumenta i costi.
All'altro estremo c'è il petrolio del Venezuela, specialmente quello proveniente dalla Faja del Orinoco, il cui API si colloca solitamente tra 8 e 12. A quei livelli, il greggio è così denso che si comporta quasi come catrame. Per trasportarlo o raffinarlo è necessario diluirlo o sottoporlo a processi molto intensivi.
Se lo confrontiamo con il greggio iraniano —in particolare l'Iran Light, vediamo una differenza importante. Questo ha solitamente intorno a 33–35° API, il che lo colloca nella categoria dei greggi mediamente leggeri. Non è eccessivamente leggero né troppo pesante, il che per molte raffinerie rappresenta un equilibrio ideale. Con esso si ottengono buoni rendimenti di benzina, gasolio e materie prime petrochemiche senza i costi elevati di lavorazione richiesti dai greggi più pesanti.
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